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L’edificio in cui ha sede la Fondazione è situato in zona collinare a circa un chilometro dall’abitato di San Vincenzo a Torri, nel comune di Scandicci, circa 20 minuti a sud-est di Firenze. Ha pianta rettangolare e si sviluppa intorno ad un corpo centrale che un tempo era presumibilmente una torre di guardia.
La torre centrale è di epoca precedente alla costruzione delle restanti parti dell’immobile e presenta uno stile architettonico tipico del XIV secolo. La vox populi attribuisce questa parte dell’edificio al condottiero Castruccio Castracani che, secondo la leggenda, vi avrebbe sepolto il proprio tesoro. La torre faceva comunque parte di un sistema di avvistamento, comunicazione e trasmissione di messaggi visivi che faceva della Val di Pesa un importante avamposto strategico e militare.

Risulta difficile risalire a documentazione certa per i periodi antecedenti al 1480, poiché i primi registri del Catasto Repubblicano sono del 1427 e comunque mancano, in quanto alluvionati, alcune registrazioni di decime necessarie per risalire ai passaggi di proprietà più antichi. Da numerosi elementi architettonici è possibile desumere che la struttura da cui è circondata la torre deve essere stata edificata a cavallo tra il XIV e XV secolo, per adibirla a piccolo convento.

Alle carte dei Capitani di Parte – piante di popoli e strade (tomo 117, parte 1a) – risalenti al 1580, risulta segnato l’edificio di Vico, nel quale risedeva, affittuario della nobile famiglia mercantile fiorentina dei Busini, certo Pietro Barucci, come indicato appunto in queste antiche mappe. A quanto risulta dagli arroti e dai campioni di Decima Granducali (fino al 1527) e Repubblicani (1480 ca.), la famiglia dei Busini è stata proprietaria dell’immobile e delle sue annessioni almeno fin dalla seconda metà del secolo xv. I proprietari precedenti ai Busini devono aver avuto una qualche attinenza con la famiglia dei Medici, visto il grande camino con stemma mediceo nella sala principale della “Villa di Vico”[1].

La nobile famiglia fiorentina dei da Cepperelli diventa proprietaria della Villa di Vico nel 1601 e vi resta fino al 1644. La proprietà dei da Cepperelli risulta anche da un antico acquerello (databile intorno al 1640), in cui sono raffigurati i più importanti edifici della zona (ASF, Carte Galli Tassi, recentemente pubblicato in AA.VV., Il Mulinaccio, Ed. CentroLibro, Scandicci, 1996). Per un certo periodo i da Cepperelli cedono in affitto il “Palazzo di Vico” a “Pier Antonio de’ Pazzi, con tutte le sue appartenenze” (Cfr. in ASF, Notarile Moderno Prot. 17439-17473 Anno 1677 - Notaio Vergelli). Solo intorno al 1640 alcuni membri della famiglia dei da Cepperelli si trasferiscono nella Villa di Vico.
Nel 1644, in seguito ad una divergenza con la proprietà dei Lami, confinante a Nord, (divergenza documentata anche in AA.VV., Il Mulinaccio, op. cit., pagg. 21-26 e pagg. 48-49, e riconducibile ad una diatriba sull’attribuzione di alcuni diritti di sfruttamento di un’imponente infrastruttura produttiva composta da un lago artificiale che alimentava due mulini, distanti poche centinaia di metri dalla Villa di Vico) e su conseguente suggerimento dello stesso Granduca di Toscana (coinvolto nella contesa), Giannozzo di Giulio di Francesco da Cepperelli cede “La Villa e Palazzo di Vico”, con tutte le sue pertinenze, al Capitano Carlo di Lorenzo d’Agnolo Galli, suo antagonista.

Come è possibile desumere da un lascito testamentario del 1677 (Cfr. in citato testamento Notaio Vergelli), oltre alla Villa di Vico la famiglia dei Galli aveva acquistato diverse proprietà nella zona. A questo acquisto si era giunti anche in seguito ad un importante matrimonio del capostipite dei Galli, Agnolo di Lorenzo d’Agnolo Galli, ricco mercante e nobile fiorentino, che aveva sposato una Tassi all’inizio del 1600 ed aveva avuto in dote la grande Villa dei Lami, non lontano dalla Villa di Vico. Dopo aver provveduto a risistemare la Villa dei Lami, ingrandendola e ristrutturandola, questo antenato dei Galli aveva deciso di allargare i propri possedimenti nella zona, acquistando case, terreni ed infrastrutture produttive dai proprietari confinanti.

La Villa Vico in una riproduzione del 1640 ca. (Archivio di Stato di Firenze, Carte Galli Tassi n° 394)

Così aveva acquistato anche il Palazzo di Vico con le sue annessioni, come indicato anche dall’arroto n. 68 del 1644 nella Decima Granducale del Quartiere di Santa Maria Novella, n. 2789 (in ASF). Come risulta dalle varie decime granducali, per decisione del nuovo proprietario, i due mulini (oggi noti come il Mulinaccio) finirono per dipendere dalla Villa di Vico e per alcune generazioni restarono accorpati alle pertinenze della Villa di Vico.

Di padre in figlio, i Galli si trasmettono la proprietà della Villa di Vico: Giovan Matteo (figlio del Capitano Carlo di Lorenzo d’Agnolo Galli) eredita “La Villa e il Palazzo nominato Vico” in seguito a divisione dell’eredità fatta con il fratello Lorenzo Galli, il 4 maggio 1677 (Cfr. ASF, arroto n. 59 dell’anno 1678, Decima Granducale Leon Rosso, Q.S.M.N., n. 2827). Giovan Matteo lascia la proprietà ai figli Isidoro e Domenico (Cfr. ASF, Decima Granducale n. 2835, arroto dell’anno 1686, n. 11). Dai Campioni di Decima Granducale (anno 1714, n. 3621, nel Gonfalone Leon Rosso del Quartiere di Santa Maria Novella - Gonfalone di appartenenza della famiglia Galli - alla carta 341), si desume che la Villa di Vico è passata a Domenico di Giovan Matteo del Capitano Carlo Galli. Alla sua morte, avvenuta nel luglio del 1756, Domenico, lascia la Villa di Vico in eredità ai suoi tre figli, Matteo, Luigi e Giuseppe (Cfr. ASF, arroto n. 94 dell’anno 1756).

Dalla Decima Granducale n. 5737 dell’anno 1776, arroto n.258, si rileva che in quel periodo uno dei tre fratelli, Matteo Galli, era comproprietario per un terzo dell’immobile nominato Villa di Vico e che, non dovendo pagare alcuna decima, vi risiedeva. Dalle registrazioni di decima del Catasto Lorenese (Cfr. ASF, decima n. 491, arroti dell’anno 1790, n. 14, 17 e 18) si ricava lo stato della proprietà all’anno 1790 e si desume che i tre eredi della famiglia Galli, vale a dire Matteo, Luigi e Giuseppe, erano tuttora comproprietari dell’immobile. Dalle ultime decime del Catasto Lorenese (che copre il periodo 1776-1834) si desume che la proprietà è definitivamente passata a Matteo Galli. Anche le successive Tavole Indicative del Catasto Generale Toscano (T.I. 2 Sez. H, di Scandicci ex Casellina e Torri) fanno riferimento alla famiglia Galli-Tassi, come anche le mappe catastali del 1820, in cui l’immobile ed i suoi annessi risultano alle particelle 842 (Villa e aia), 841 (lavorativo, pioppato, olivato e vignato) e 843 (lavorativo). Solo all’inizio del secolo, dopo quasi tre secoli, i Galli-Tassi cedono la proprietà della Villa di Vico.

Alla fine della seconda guerra mondiale (nel periodo in cui il fronte era dislocato nella zona della Val di Pesa), l’edificio, date le sue proporzioni e la sua notevole robustezza, viene adibito ad ospedale militare delle truppe tedesche, mentre la torre viene utilizzata come punto di avvistamento, in direzione Cerbaia (zona di operazione delle truppe Alleate). Per questa sua duplice funzione la Villa fu pesantemente bombardata (la torre subì i danni maggiori, venendo decapitata di diversi metri). Dopo la guerra la Villa rimase in stato di semi-abbandono, fino alla fine degli anni 60, quando l’attuale proprietà si adoperò per un attento restauro, che è stato in grado di ripristinare l’antica struttura cinquecentesca dell’edificio.

Descrizione dell’edificio
Dall’esterno l’edificio si presenta di conformazione robusta, tipo cassero; sull’angolo Nord-Est si nota un grande loggiato con colonne in pietra, già a suo tempo descritto in una registrazione daziale del ‘700 (Cfr. ASF, Catasto Lorenese n. 491, arroti anno 1790, n. 14, 17, 18). All’interno le stanze degne di nota sono il salone centrale a piano terra con un grande camino mediceo (con stemma al centro) in pietra serena posto sul lato Nord della stanza. Proseguendo sulla destra si entra in una sala a volta crociera – siamo nella parte più antica dell’edificio, vale a dire la torre – che sul lato sinistro presenta una antica acquasantiera in pietra serena, probabilmente del periodo in cui l’edificio era adibito a piccolo convento di campagna. Nella stanza opposta si nota invece quello che era l’ingresso originario della torre (posto a Nord, verso l’abitato di S. Michele a Torri, da cui originariamente dipendeva il sistema di avvistamento della zona): si tratta di una facciata in bozze squadrate di pietra serena, con una grande porta in pietra ad arco, di fattura risalente alla seconda metà del 1200 (al piano superiore, in corrispondenza di questa porta vi è una grande finestra ad arco in pietra serena). Tutte le stanze del piano terreno presentano soffittatura in legno a travi. Al piano superiore, nel corpo centrale dell’edificio, si accede ad una stanza con soffitti in legno e un grande camino in pietra. Sotto tutta la superficie dell’edificio vi sono cantine a volta delle quali la più antica è quella su cui insiste la torre.

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